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“Un amore fuori dal coro” più forte della disabilità e del pregiudizio.

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“Amor vincit omnia”, l’amore vince su ogni cosa, ammoniva Virgilio nelle Bucoliche. Lo stesso concetto fu caro a Shakespeare quando compose l’immortale “Romeo e Giulietta”, modello di riferimento per tutti i successivi racconti di amori tormentati, osteggiati, costretti affrontare e superare ogni tipo di barriera. E le barriere, ancora oggi, possono essere dure da buttar giù, soprattutto se fatte di pregiudizio, di diffidenza, di paura del “diverso”. Il film “Gabrielle – Un amore fuori dal coro” suona come un inno, tanto discreto quanto toccante, contro l’esclusione e i luoghi comuni, quelli che vorrebbero i disabili come esseri umani “a metà”, inadeguati alla conduzione di una vita sociale e affettiva piena e soddisfacente al pari di chiunque altro. Questo è falso, naturalmente, come già aveva messo in evidenza il regista italiano Fausto Brizzi nel suo recente “Indovina chi viene a Natale”, in cui Raul Bova interpreta un portatore di handicap (privo di entrambe le braccia a causa di un incidente stradale) impegnato a superare i dubbi e l’imbarazzo della famiglia della sua innamorata, interpretata da Cristiana Capotondi. http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Williams-BeurenIn Gabrielle – Un amore fuori dal coro” la regista canadese Louise Archambault racconta la storia di Martin e Gabrielle (interpretata dall’attrice Gabrielle Marion-Rivard realmente affetta dalla sindrome di Williams) , che ogni giorno si incontrano alle prove di una corale che si esibirà a un festival.  Si tratta di un coro un po’ speciale, in quanto costituito da allievi con ritardi mentali. Quando i due giovani si innamorano e provano a vivere in pienezza il loro rapporto la madre del ragazzo, scioccata, interviene per separarli. Martin piomberà così in un grave stato depressivo, dal quale però tenterà di riemergere. Nessun facile pietismo nel registro stilistico della Archambault, nessun ammiccamento: al contrario, il tentativo (ottimamente riuscito) di dimostrare che non esiste “diversità” che tenga quando si tratta di sentimenti, in questo caso veicolati, amplificati ed esaltati da quell’insuperabile cassa di risonanza delle emozioni che è il canto, la musica. L’esistenza e le vicende dei due ragazzi diventano un manifesto vivente contro l’esclusione e il pregiudizio, realtà dure a morire ancora ai nostri giorni e coi quali (cosi come con le barriere architettoniche propriamente dette) le persone con disabilità loro malgrado sono costrette a fare i conti. La disabilità, ancora oggi, disturba. Ciò che non si conosce a fondo, da che mondo è mondo, ingenera paura e diffidenza. Ben vengano allora i libri, le opere d’arte, i film e in generale le operazioni culturali che possano informare e sensibilizzare su una materia che riguarda tutti: in famiglia, nelle case, nelle città, nei posti di lavoro. E in amore: dove non esistono regole che non siano la voglia di vivere, di essere liberi e felici. E allora alla fine del film scopriamo che Gabrielle e Martin siamo noi. Siamo tutti noi. Altro che diversità, altro che barriere.

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