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Convegno a Cagliari sulla disabilità psichica e le barriere sociali.

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Uno psicologo che intervista un altro psicologo. Non siamo in televisione o in radio, bensì al convegno “Disabilità psichica e barriere sociali”, organizzato di recente da Contact Srl a Cagliari, nelle sale del padiglione I della Fiera campionaria della Sardegna. Il dirigente psicologo della Asl 8 di Cagliari, il dottor Ireneo Picciau, ha vestito per un giorno i panni dell’intervistatore ponendo alla collega (che lavora presso il Dipartimento di salute mentale della medesima Asl, la più grande della Sardegna)  una serie di domande volte ad analizzare le problematiche che si nascondono dietro la disabilità di natura psichica. “Le barriere peggiori sono il pregiudizio sociale, lo stigma, l’idea di essere affetti da una patologia incurabile o tale da costringere all’assunzione di farmaci che creano dipendenza. miriam picciau-ireneo-picciauTutto ciò crea un freno che fa sì che la persona in difficoltà aspetti mesi se non anni prima di rivolgersi agli specialisti”: questa la riflessione della psicologa in ordine agli ostacoli contro cui deve quasi sempre scontrarsi una persona con disabilità di natura psichica.

“UIreneo Picciau ha ricordato le novità sul piano metodologico-organizzative sperimentate di recente dalla Asl 8 di Cagliari, e ciò anche a seguito dell’istituzione di un Servizio Riabilitazione DSM. “Negli ultimi anni si è posto l’accento soprattutto sull’aspetto biologico della malattia, ovvero su quello sociale, basti pensare agli effetti della legge Basaglia sulla chiusura dei manicomi o al periodo d’oro della psicoterapia. L’esperienza maturata sul campo ci ha insegnato che riabilitazione, in realtà, non significa intervenire a posteriori, bensì impostare un metodo a 360° che porti a fare formazione, sperimentare progetti pilota, supportare gli sforzi degli operatori dei centri di salute mentale” ha chiarito Miriam Picciau, che ha poi posto l’accento su “Abitare condiviso”, un progetto innovativo che la vede protagonista in prima persona. In merito, la psicologa ha spiegato che “per la prima volta è stata impiegata nei processi di riabilitazione della salute mentale una risorsa completamente nuova: gli studenti universitari. A partire dal 2010 abbiamo avviato gruppi di convivenza tra pazienti e studenti universitari, dopo un  periodo di intenso impegno sul fronte della terapia familiare come strumento per curare pazienti con patologie molto serie, come ad esempio la schizofrenia. achentannos-fiera-cagliari-picciauProblematiche di questo tipo compromettono in maniera seria la vita di relazione, ed è molto difficile che il paziente possa riuscire a venirne fuori solo con le proprie forze o con quelle dei parenti stretti, spesso già duramente provati o “abituati” alla situazione. Ecco allora l’idea: allontanare il paziente dalla famiglia per offrirgli una alternativa di convivenza nuova, forte, stimolante. Non un “esilio”, dunque, ma al contrario una prospettiva allettante. Grazie alla collaborazione con l’Ersu e alla disponibilità dei ragazzi debitamente incentivati, il progetto è diventato realtà con risultati confortanti”. 

Ireneo Picciau si è soffermato su un altro problema di grande attualità: il rapporto tra i pazienti psichiatrici e il mondo del lavoro. Sul punto, la collega ha chiarito: “Una volta la risposta a tutto era l’assistenzialismo, ma non ha funzionato. A livello di Asl abbiamo coinvolto le aziende del mondo produttivo, profit e non profit, che partecipano al nostro progetto a titolo gratuito e spontaneamente. Ci siamo sostituiti, per così dire, all’ufficio di collocamento, ma in un senso molto chiaro: noi perseguiamo il contrasto alla disabilità, aiutando il paziente a superare le conseguenze della malattia. Proponiamo alle aziende di accettare l’inserimento di una persona e di collaborare con noi nel cercare di aiutarla a reinserirsi nel circuito produttivo. Nessun peso economico per le aziende, né remunerazioni. Non chiediamo nulla, né imponiamo di spendere: proponiamo semmai un incontro che crei conoscenza e che, auspicabilmente, possa portare all’instaurarsi di un rapporto tra azienda e lavoratore, laddove quest’ultimo sia riuscito a inserirsi e a farsi valere. E anche ove ciò non si dovesse realizzare, per l’interessato sarà stata in ogni caso una esperienza utile e formativa. Noi garantiamo mediazione e interventi che facilitino l’inserimento in azienda e i rapporti del paziente coi vertici e coi colleghi”. 

Per Miriam Picciau, anche in caso di disabilità psichica vivere in autonomia è possibile: “Il fatto di aver bisogno di una qualche forma di sostegno non deve scoraggiare né il paziente né la sua famiglia. Il nostro lavoro è volto a creare i presupposti perché cada il mito dell’incurabilità, con la creazione di una rete di rapporti sociali, di amicizie, di lavoro affinché nessuno sia lasciato da solo”.



Un commento

  1. Anonimo

    Molto interessante il progetto “abitare condiviso. Complimenti

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