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Il mondo della scuola: “Trasformare disagio in una risorsa preziosa”

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Dopo la chiacchierata con l’idrochinesiologo cagliaritano Salvatore Bandinu, chiediamo un approfondimento in materia di disabilità all’educatore Bruno Furcas. Un binomio consolidato, non solo dal profilo lavorativo ma anche da quello letterario, poiché assieme hanno scritto più di un libro. Infine perché impegnati entrambi in quella che è la piaga sociale denominata bullismo. Quel che chiediamo a Bruno, infatti, è di parlarci di disabilità entro le mura scolastiche.

Prima, però, ci facciamo dire chi è Bruno Furcas“Ho sempre provato e manifestato un innato e sincero interesse verso la persona nella sua completezza, perciò, dopo sofferti studi tecnici, mi sono iscritto all’indirizzo socio-antropologico della  facoltà di Lettere di Cagliari. bruno-furcas-contact-educatoreAppena laureato ho vissuto una breve esperienza come insegnante di Lettere alle scuole medie e, subito dopo, mi sono occupato del recupero di adolescenti con problematiche esistenziali e di devianza. Dal 2002 sono impegnato nell’ambito della socializzazione e integrazione di alunni con disabilità. Come tutti i miei colleghi che operano nel sociale, anche io faccio parte di quella moltitudine di lavoratori che l’ex ministro Brunetta ha definito “la parte peggiore dell’Italia”. Svolgendo questo lavoro vivo una situazione di eterno precariato, situazione che però non mi impedisce di perseverare nella scelta operata a suo tempo. A 47 anni compiuti non si ha più il piglio del ragazzino e spesso mi chiedo per quanto tempo ancor riuscirò a portare avanti un lavoro complesso che ti coinvolge fisicamente e soprattutto emotivamente. Mia moglie, mio figlio e la scrittura in questo momento mi stanno aiutando a mantenere vivo l’entusiasmo e a raggiungere importanti traguardi educativi.”

Hai pubblicato qualche altro libro o hai comunque intenzione di scriverne altri? “Le idee sono tante,  ma il tempo da dedicare alla scrittura è sempre molto poco. Il mio lavoro è molto stimolante,  mi impegna tanto e soprattutto mi assorbe tutte le energie. Il materiale non manca perché relazionarmi tante ore al giorno con problematiche legate all’adolescenza mi offre tanti spunti di studio e approfondimento. Dovrei lavorare di meno e scrivere di più, ma di letteratura non si vive, pertanto bisogna accontentarsi di coltivare l’interesse nel poco tempo libero. Ultimamente – e così rispondo alla domanda – insieme allo psicologo Stefano Porcu con cui ho già pubblicato “Storie di bullismo” ho scritto una raccolta di storie che raccontano la malattia mentale sotto diverse angolazione. Approfondiamo in modo particolare la schizofrenia sotto diversi punti di vista: quella del paziente, del familiare, dell’operatore, della società. Il libro che sarà disponibile da gennaio non è certamente un manuale diagnostico, ma si possono trovare importanti spunti di riflessione tratti dall’osservazione effettuata durante il nostro lavoro sul campo”. 

Nel tuo lavoro aiuta la scrittura? “Non solo aiuta ma in molti casi è proprio terapeutica. Chi come me lavora ogni giorno a contatto con la disabilità, con diverse problematiche esistenziali o comunque nella relazione d’aiuto, può incorrere in grandi frustrazioni che spesso ci spingono a interrogarci sull’utilità del nostro intervento e del nostro lavoro. I risultati si vedono in alcuni casi dopo anni di fatica  e spesso sono pure  impercettibili. Lungo il percorso la memoria rischia di perdere per strada il ricordo di quegli obiettivi, che invece sono stati faticosamente raggiunti. La scrittura serve a fissare definitivamente i traguardi raggiunti e ovviamente anche quelli che invece non è stato possibile perseguire. Rileggere le esperienze e i percorsi compiuti  ci da il senso della fatica e la consapevolezza di non aver lavorato invano. Leggere le esperienze reciproche è poi indubbiamente utile, per migliorare la propria professionalità”.

Di cosa ti occupi? “La mattina lavoro in una scuola superiore. Mi occupo dei percorsi di integrazioni di alunni con disabilità. Tengo a precisare che il mio lavoro non è di tipo didattico, ma esclusivamente di tipo sociale. Non intervengo solo con l’alunno che mi viene affidato, ma curo in modo particolare il suo percorso di integrazione e inclusione nella classe e nell’intero contesto scolastico. Lavoro quindi, con il gruppo dei ragazzi in sintonia con i docenti, per promuovere il benessere in aula e per cercare di trasformare la partecipazione alla vita scolastica di alunni con disabilità in risorsa per l’intera comunità. La sera invece lavoro in un Set (servizio educativo territoriale), dove, attraverso dei percorsi mirati, si cerca di colmare le lacune didattiche e le difficoltà di tipo relazionale di bambini e adolescenti a forte rischio di dispersione scolastica”.

Hai scritto libri che trattano la disabilità e libri che parlano di bullismo. C’è un nesso tra i due mondi? “Oggi è entrata con forza nel mondo della scuola e dei servizi che prendono in carico gli alunni e i ragazzi la parola BES. Dal nome sembra quasi si tratti di un certificato di deposito bancario, in realtà significa invece Bisogni Educativi Speciali. L’alunno con disabilità è un BES, anche il  bullo è un BES così come lo anche la vittima del bullo e il gregario. Tutte queste figure, che poi sono anche i protagonisti dei miei libri, urlano il proprio disagio e chiedono aiuto nei più svariati modi. autismo-bullismo-furcas-contactQueste problematiche non permettono a questi ragazzi di vivere la vita scolastica appieno e in modo positivo, perché la loro esistenza non solo scolastica ma anche familiare e sociale è pervasa dalle difficoltà e dal disagio. Nei miei libri spesso il ragazzo con disabilità e il bullo entrano in una relazione positiva e costruttiva. Il bullo non viene mai visto come un soggetto che distrugge, ma se incanalato in  un sistema di regole  e di sane relazione può diventare anche  protagonista di percorsi positivi nei confronti di compagni con disabilità. Nel libro “I dolori del giovane bullo” (Arkadia editore, 2012) scritto con il collega Salvatore Bandinu, raccontiamo le avventure di Walter, ossia la storia di un bullo che soffre per la sua situazione di ragazzo difficile, ma supportato e accompagnato da un insegnante che utilizza l’assertività come metodo: è capace di mettere in atto un cambiamento radicale e dal ruolo di aguzzino di un compagno disabile, diventa nelle ore scolastiche il suo sostegno e il suo migliore amico. La storia raccontata non è pura fantasia e tanto meno demagogia, ma uno dei tanti modi per trasformare una persona portatrice di un disagio in risorsa per l’intera collettività scolastica. Anche in “Storie di bullismo” scritto con Stefano Porcu, affrontiamo in dieci storie le diverse sfaccettature del bullismo. In questo testo, assieme al bullismo, affrontiamo la disabilità ma anche argomenti altrettanto complessi e scottanti come l’omofobia, il razzismo, la discriminazione di genere, le ingiustizie e i pregiudizi a trecentosessanta gradi. Sono entrambi strumenti rivolti alla scuola per affrontare la quotidianità scolastica con diversi strumenti didattici e operativi. Il gioco è uno degli strumenti proposti, proprio perché il divertimento strutturato aiuta a far cadere le tensioni all’interno del gruppo e contribuisce a promuovere una scuola e un clima scolastico in grado di favorire l’apprendimento e di istruire con le emozioni”.

Ritorniamo alla disabilità. Dove hai maturato maggiore esperienza? “Nel 2002 ho scoperto un mondo fantastico perché lavorando con ragazzi e alunni con disabilità sono giunto a contatto con un’umanità autentica. Chi non ha fatto la mia esperienza non può capire appieno. disabili-furcas-educatore-brunoInizi a vedere la vita e la quotidianità con occhi diversi e inizi a dare importanza ad altri valori. L’edonismo che impera nella nostra società viene messo fortemente in discussione. Ho iniziato a rapportarmi con la tetra paresi spastica e ad un ragazzo speciale con cui ho scritto due libri (che raccontano la sua storia e il suo difficile approccio con la famiglia, la scuola e la società in generale) “Diversamente come te” trasformato poi in favola con il titolo “La favola di Duck” (Arkadia editore, 2009). Una storia semplice, interamente illustrata a colori: un modo piacevole per spiegare ai più piccoli, le difficoltà che un bambino disabile deve affrontare sin dal momento della sua nascita, e combattere contro una serie di imprevisti dettati da cattivi esempi scaturiti dall’ignoranza dei cosiddetti “normodotati”. Da qui ho conosciuto tanti ragazzi e tanti disturbi. L’autismo è sicuramente quello che più mi ha affascinato e intricato, anche se non nego le difficoltà e lo sconforto che spesso mi hanno accompagnato in questi percorsi. L’argomento l’ho trattato nel libro “Un mondo a parte” (Arkadia editore, 2011): un viaggio indimenticabile durato quasi un decennio fatto in compagnia di Ninni un ragazzo autistico.

Contact Srl ha di recente pubblicato sul suo blog un articolo facente riferimento al caso di un ragazzo autistico non coinvolto in una gita scolastica. Quanta ignoranza circola ancora nei confronti dell’autismo? “Sull’autismo circola una letteratura che non ha contribuito certamente a rasserenare gli animi. L’autismo è un disturbo complesso e anche se a livello scientifico si stanno colmando molti vuoti, si continua a vedere e a interagire con queste persone in modo ingiusto e inadeguato. Al di là degli sforzi che si stanno facendo per superare alcune barriere culturali, io penso che nella società aleggi ancora molta ipocrisia. Lo stesso atteggiamento che d’altronde tra le righe intercettiamo per extracomunitari, omosessuali. Il diverso insomma disturba, ci pone continuamente di fronte alla nostra coscienza e alle nostre responsabilità di persone civili”.

Le cause dove dobbiamo cercarle? “Sicuramente in una scarsa attenzione alle problematiche sociali. Un welfare debole, non può incidere a livello culturale e nelle sovrastrutture ideologiche che nel tempo si sono incancrenite in alcune stratificazioni sociali. Pensiamo agli educatori e ai continui tagli a cui sono soggette le strutture educative. C’è la perenne difficoltà a capire che gli investimenti in percorsi educativi sono soldi ben investiti, perché contribuiscono a promuovere la crescita armonica dei nostri ragazzi. Dove c’è il vuoto educativo e la caduta dei valori si insediano l’edonismo e la rincorsa sfrenata ad un falso benessere. Basta guardare la tv per renderci conto in che direzione stiamo andando”.

Quali sono i tuoi contributi nei confronti dei tuoi alunni?  “Cerco di aiutare i miei alunni a superare il malessere psicosociale che cresce e si sviluppa durante la quotidianità scolastica, fornendo loro degli strumenti che li aiutino a decodificare ciò che avviene in classe. Non dimentichiamo che la scuola oltre ad essere riferimento primario per l’istruzione è anche il contesto formativo ed educativo,  che deve agevolare  i processi  relazionali e di socializzazione. disabilita-autismo-furcas-libroIo predispongo sempre prima assieme ai ragazzi un’adeguata accoglienza del compagno con disabilità. Solo con la conoscenza e il dialogo possono essere superati gli impedimenti di qualsiasi natura essi siano”.

 Come vedi la situazione futura? Credi che qualcosa cambierà? “Vista la situazione in cui riversa il nostro paese, sia a livello ideologico, culturale, politico ed economico, la situazione, anche se per natura sono un ottimista, non mi fa ben sperare. Purtroppo siamo in continua retrocessione e in un clima di totale perdita di diritti e tutele. Insomma come qualcuno con molta leggerezza ha detto di recente, “siamo nell’era dei soli doveri”. Proviamo a pensare in un contesto del genere ai figli deboli e indifesi della nostra società. Insomma, chi vivrà, vedrà”.

Per concludere chi è l’educatore? Bella domanda! Non lo so bene nemmeno io, eppure da circa venticinque anni svolgo questa professione. Dico questo, perché l’educatore è una figura professionale purtroppo ancora non ben definita. Spesso l’operatore viene percepito come un volontario e non come un professionista supertitolato e competente. Purtroppo ciò ha origine dalla nostra tradizione cattolica che da sempre ha detenuto disabili-scuola-contact-furcasil primato in ambito educativo. Ci trasciniamo così un certo modo di agire che nel tempo ha creato degli equivoci. Diciamo pure che, per la delicatezza del ruolo, non gli si attribuisce la giusta “attenzione e il giusto riconoscimento economico. L’educatore deve agire sempre con estrema delicatezza, cercando di limitare processi di routine  per favorire  interventi non dico risolutivi, ma che sicuramente devono agire per promuovere il benessere e l’autonomia dell’individuo e del gruppo. I rischi nel nostro lavoro sono sempre dietro l’angolo: possiamo redimere, ma possiamo anche involontariamente ostacolare i processi di crescita e come osserva Hermann Hesse ne Il lupo della steppa”: “ […] i maestri e gli educatori vedono la loro opera semplificata e si risparmiano di pensare e sperimentare. Di conseguenza… si considerano “normali”, anzi preziosi per la società, molti uomini che sono inguaribilmente pazzi, e viceversa si prendono per matti molti altri che sono geni […]. Insomma… un lavoro di grande responsabilità”.



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