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L’incidente, la disabilità, l’arte: Frida Kahlo e la voglia di vivere.

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Nacque a Coyoacán il 6 luglio del 1907.

Frida Kahlo, ebbe una vita travagliata. Frida era diventata disabile in seguito all’evento che segnò maggiormente la sua vita: l’incidente.

In più Frida da piccola si ammalò di poliomielite: il suo piede e la sua gamba destra divennero molto esili, sino a che non divenne claudicante e venne così chiamata “Frida gamba di legno”.

Scriveva: «A sei anni ebbi la poliomielite. A partire da allora ricordo tutto molto chiaramente. Passai nove mesi a letto. Tutto cominciò con un dolore terribile alla gamba destra, dalla coscia in giù. frida-kahlo-disabilita-colonnaMi lavavano la gambina in una bacinella con acqua di noce e panni caldi. La gambina rimase molto magra. A sette anni portavo degli stivaletti. All’inizio pensai che le burle non mi avrebbero toccata, ma poi mi fecero male, e sempre più intensamente».

Gli atti di bullismo possiamo quindi capire che non mancavano già all’epoca.

Mi torna un rimando a quanto rilasciato da Bruno Furcas, in un’intervista per Contact, circa la disabilità e il bullismo: “Queste problematiche non permettono a questi ragazzi di vivere la vita scolastica appieno e in modo positivo, perché la loro esistenza non solo scolastica ma anche familiare e sociale è pervasa dalle difficoltà e dal disagio. Nei miei libri spesso il ragazzo con disabilità e il bullo entrano in una relazione positiva e costruttiva. Il bullo non viene mai visto come un soggetto che distrugge, ma se incanalato in  un sistema di regole  e di sane relazione può diventare anche  protagonista di percorsi positivi nei confronti di compagni con disabilità”.

Tornando all’incidente. Il 17 settembre 1925 aveva 18 anni quando la sua vita si ribaltò drasticamente, da attivista e di indole curiosa, accadde che una volta uscita da scuola, salì sull’autobus per far rientro a casa in compagnia di Alejandro Gómez Arias, studente di diritto e giornalista, ragazzo di cui Frida si era innamorata, avvenne un incidente fra il mezzo su cui Frida viaggiava e un tram e la giovane ne rimase vittima. L’autobus finì schiacciato contro il muro e Frida ne ebbe conseguenze gravissime: la colonna vertebrale si spezzò in tre punti nella regione lombare; si frantumò il collo del femore, le costole, la gamba sinistra ebbe 11 fratture, il piede destro slogato e schiacciato, lussazione alla spalla sinistra e l’osso pelvico spezzato in tre.

Inoltre un corrimano dell’autobus le entrò nel fianco e le uscì dalla vagina.

Nel corso della sua vita subirà ben 32 operazioni chirurgiche. “Il tram schiacciò l’autobus contro l’angolo della via. Fu un urto strano: non fu violento, ma sordo, e tutti ne uscirono malconci. Io più degli altri”.

Oltre al dolore che si percepisce solo nel leggere le conseguenze di quell’incidente, Frida fu costretta ad anni di solitudine.

Infatti dopo la dimissione ospedaliera, si ritrovò a rimanere per anni a letto nella sua stanza, col  busto ingessato. Da questo momento in poi, Frida farà della sua immobilità un’opportunità.

Questa condizione la spinse a oltre che a leggere libri sul movimento comunista, a praticare quella che diventerà la sua ragione d’essere: dipingere.

Fu così che la famiglia decise di omaggiarla di un letto a baldacchino, dei colori e di uno specchio posto sul soffitto.

Così dopo il primo dipinto, il cui soggetto era il suo amato, iniziò a produrre una serie di autoritratti: “Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio”.

kahlo-frida-incidente-contactsrlFurono anni di solitudine profonda, come già detto, ma Frida fece dell’arte l’unica finestra nel mondo.

Una volta ristabilita in piedi condividerà per tutta la vita atroci dolori, in conseguenza di quell’incidente; non solo dolori anche morali, e di certo prima di tutti quel maledetto incidente che oltre al trauma, ha deciso per lei la sua esistenza e cosa ne avrebbe fatto di essa. I dolori furono anche dolori morali: depressioni, estraniamento, perdite e i tradimenti di quello che sarà suo marito Diego Rivera, illustre pittore d’epoca, tra i quali anche quello con la sorella e il fatto che non avrebbe mai potuto avere dei figli, che Frida avrebbe intensamente desiderato.

Nel 1944 dovette indossare un busto d’acciaio, in conseguenza ai suoi problemi alla colonna vertebrale. Questo episodio la portò a dipingere un altro dei suoi quadri più noti, “La colonna spezzata”. Dal 1951 iniziò ad usare la sedia a rotelle.

Sempre nel 1944, iniziò a scrivere un diario personale, che terrà fino alla morte.

Era una sorta di monologo interiore scandito da immagini e parole.

Per molte immagini il punto di partenza era una macchia di inchiostro o una linea, come se usasse la tecnica dell’automatismo per verificare le sue nevrosi.

Qualche anno prima di morire le venne amputata la gamba destra, ormai in cancrena, giovanissima infatti, a 47 anni, morì per embolia polmonare.

Le ultime parole che scrisse nel diario furono: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.

La sua arte fu caratterizzata dal rapporto ossessivo con il suo corpo martoriato, un corpo obbligato per anni all’immobilità.

E nulla fu più come prima, si capisce.

Rispetto ad altri personaggi famosi e disabili, per i quali si tende a sottolineare ed enfatizzare la loro condizione quasi come fossero eroi, nascondendone il lato oscuro, Frida invece dissimula il suo dolore nelle opere artistiche che produce.

Con l’aiuto di una motivazione d’esistere come è stata l’arte per Frida, di certo forse le pene sono state alleviate.

Un divagare della mente da un evento traumatico, che ritornerà spesso nei suoi dipinti colorati, nei disagi del dolore sì, ma che non ha spento in lei il senso del vivere all’istante, del vivere qui ed ora.

Insomma, la voglia di vivere.



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