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Dal Censis allarme disabilità in Italia: “Invisibili all’avanzare dell’età”

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Partendo dalla percezione soggettiva, nel terzo numero del “Diario della transizione” il Censis stima una percentuale di persone con disabilità pari al 6,7% della popolazione del nostro Paese (in tutto 4,1 milioni di cittadini). Sempre secondo l’istituto, nel 2020 questo “esercito” conterà 4,8 milioni di unità (il 7,9% della popolazione), che si trasformeranno in 6,7 milioni nel successivo ventennio (10,7% della popolazione dello Stivale).

Nonostante i numeri impressionati, pare proprio che il variegato orizzonte delle disabilità non riesca a emergere dalla zona d’ombra in cui è tuttora confinato: non solo nelle statistiche statali (le fonti ufficiali dell’Istat sono bloccate dal 2005), ma anche nell’immaginario collettivo e nel sentire comune.

Un italiano su quattro sostiene di non essersi mai relazionato con i portatori di handicap. La disabilità stessa è percepita da 2 italiani su 3 fondamentalmente come limitazione dei movimenti, mentre la disabilità intellettiva resta un universo pressocché ignoto ai più.

Sempre secondo il Censis poi, all’avanzare dell’età gli uomini e le donne colpite da disabilità intellettiva sono ancora più invisibili. Nel nostro Paese a tutt’oggi le persone che convivono con la sindrome di Down sono circa 48.000, di cui solo il 21% è al di sotto dei a 14 anni. La fascia d’età più estesa è quella che va dai 15 ai 44 anni (pari al 66%), e il 13% ha più di 44 anni.

Quanto all’autismo, le persone affette da disturbi di questo genere sono pari all’1% della popolazione (circa 500.000 cittadini). Il tipo di risposta al problema della disabilità da parte del welfare italiano si fonda de facto  sulla famiglia, che non solo risulta l’asse centrale della cura, ma molto spesso viene anche coinvolta nello stesso meccanismo di isolamento e marginalità che va ad accentuarsi quando le persone con disabilità avanzano con l’età.

Fino ai 18 anni, le famiglie possono contare sulla principale risposta istituzionale alla disabilità: l’inclusione scolastica, che pur con tutti i suoi difetti rappresenta una insostituibile occasione di integrazione e inclusione sociale.

 

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Il numero degli allievi disabili negli istituti scolastici statali è salito, sempre secondo i dati Censis, dai 202.314 dell’anno scolastico 2012713 ai 209.814 del 2013/14 (+3,7%). Allo stesso tempo è aumentato il numero dei docenti di sostegno: dai 101.301 del 2012/13 ai 110.216 del 2013/14 (+8,8%).

La sorte dei ragazzi  che escono dal sistema scolastico è invece sintetizzabile con una termine: dissolvenza.

 

Oltre l’età scolastica, gli adulti colpiti da sindrome di Down e autistici si rintanano nelle loro abitazioni, con ben poche opportunità di inserimento sociale e di esercizio del diritto all’inclusione e alle pari opportunità. Cosa ancora più grave, questi aspetti risultano pressoché inesistenti se ci si sposta nel campo del lavoro.

Ha una occupazione solo il 31,4% dei disabili over 24 anni, e il 60% di costoro non beneficia di un regime contrattuale ordinario. Quasi sempre queste persone sono impiegate in cooperative sociali e nel 70% dei casi percepiscono una paga da fame o non la percepiscono affatto. Ancor più evidente è la situazione per le persone autistiche: lavora solo il 10% degli over 20.

Col passare del tempo cresce il senso di abbandono delle famiglie e si innalza la quota di quelle che si rammaricano di non poter contare sull’aiuto di nessuno, con tutte le paure per le prospettive future dei propri figli disabili. Questo lo spaccato – per nulla rassicurante – della situazione della disabilità nel nostro Paese delineato dal Censis.

A quando un cambio di rotta?



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